L’arte di osservare e dialogare

Per il secondo anno consecutivo, grazie a una selezione, ho potuto svolgere un’attività che ritengo molto importante: pedagogista presso un istituto comprensivo della mia provincia.

Nonostante questa piccola premessa mi preme sottolineare che non parlerò esclusivamente di questa mia esperienza, ma di cosa mi porto in valigia al termine di questo viaggio.

Questa esperienza mi ha dato modo di osservare ancora una volta, da un punto di vista privilegiato, gli adolescenti. Dico privilegiato perché ho avuto la possibilità di parlare con loro individualmente e in gruppo, svolgendo attività nelle classi. In ogni classe il lavoro è stato differente, ma ciò che non è mai venuto meno è stato l’ascolto attivo, il dialogo e il confronto. Non c’è mai stata la presentazione di contenuti preconfezionati, mai si è espresso un giudizio rispetto ai loro pensieri o comportamenti, tuttalpiù si sono poste domande critiche per invitarli alla riflessione e all’autoascolto, alla conoscenza di sé e del mondo che li circonda (compagni, genitori e docenti compresi).

Ciò che penso da qualche tempo lavorando anche domiciliarmente in qualità di educatrice, che riconfermo grazie ai colloqui individuali svolti in questi anni e grazie agli interventi con i gruppi classe, è che la nostra frenetica società del consumo insieme alla possibilità di avere tutto subito, stia rendendo i bambini, ma soprattutto gli adolescenti, esseri anestetizzati al nuovo, alla speranza. Non hanno più lo stimolo di mettersi in gioco perchè non è più necessario per raggiungere degli obiettivi ormai “acquistabili”.

Dall’altra parte ci sono gli adulti (non necessariamente i genitori, ma gli educatori in senso lato) che non sanno più definire confini, stabilire regole, ecc. Talvolta per non sembrare anacronistici si lascia che i minori decidano da soli ciò che è opportuno per loro, per non apparire troppo severi non li si rimprovera e non gli si fa vivere la frustrazione che invece è uno stato psicologico che normalmente si prova nel corso della vita e che nella giusta quantità serve da stimolo per trovare soluzioni nuove, per scoprire abilità personali.

Se i ragazzi si fermano a pensare e trovano qualcuno pronto ad ascoltarli, emerge la voglia di essere guidati, accolti, di scorgere un barlume di speranza o novità per il futuro.

Spesso i docenti si sentono impotenti verso una generazione che non sembra più interessata alla conoscenza, che non ha più la pazienza di ascoltare per un’intera ora una lezione frontale oppure non utilizza il tempo a disposizione per esercitarsi o consolidare le conoscenze.

Il lavoro nelle classi è reso difficile dall’incapacità di mantenere l’attenzione per un lungo periodo e spesso è aggravato da un linguaggio troppo povero e dalla mancanza di esperienze pratiche da parte dei ragazzi che danno quasi l’impressione di conoscere il mondo circostante solo grazie alla realtà virtuale. Attraverso dilemmi-guida, giochi di conoscenza, di autoanalisi, riflessioni su video proiettati o brani letti, ho spesso notato come dopo le prime volte in cui i ragazzi non riuscivano a trovare la parola adatta per esprimere un’emozione, un pensiero, soluzioni o risposte, poi nel tempo iniziassero a manifestare in maniera sempre più profonda il proprio punto di vista, a non aver paura di esprimere la propria opinione. Attraverso alcune attività è spesso emersa una buona capacità di introspezione.

Ciò che fa riflettere però è che spesso i ragazzi, che durante queste attività riescono a modificare in maniera positiva il loro modo di porsi, di presentarsi al mondo, il loro atteggiamento positivo verso il cambiamento e verso l’impegno per raggiungere dei risultati non si rifletta nella vita scolastica come se l’attività prettamente didattica li demotivasse a dare il meglio, come se con i docenti sapessero giocare solo quel ruolo di cui ho parlato nel paragrafo precedente (in particolar modo mi riferisco a quei ragazzi che hanno problemi comportamentali o i cui risultati scolastici sono insufficienti).

Poi arrivano da te ragazzi/e a sportello che ti parlano di autolesionismo, che hanno paura di confrontarsi con i genitori se subiscono comportamenti irrispettosi da parte dei coetanei oppure che non sanno a chi rivolgersi per parlare di problemi adolescenziali (come ad esempio le relazioni con il primo fidanzato/a; la mancanza di amicizie; ecc.). Ci sono anche quelli che provano a parlare con gli adulti ma trovano persone impaurite quanto loro.

Svolgendo anche l’attività di sostegno genitoriale (soprattutto in ambito domiciliare) emerge come in questa società sempre più frenetica si ha sempre più bisogno di esperti con cui confrontarsi, c’è sempre molta confusione rispetto alle figure cui ci si può rivolgere (pedagogista, educatore, psicologo, psicoterapeuta, psichiatra, ecc.) ma c’è sempre più apertura verso la richiesta di aiuto e sempre più emerge la voglia di confronto e coinvolgimento nel percorso di crescita individuale o familiare che sia.

Se un tempo ci si rivolgeva alla famiglia allargata o ai vicini per avere la “soluzione giusta” e il consiglio più adatto e si riteneva che gli esperti fossero utili solo in situazioni gravi e spesso si credeva che fossero solo dei teorici che non avevano dimestichezza nella pratica (spesso i genitori nel rivolgersi ad un esperto, che spiegava loro un metodo educativo o stilava una diagnosi, obiettavano “ma lei ha figli? Se avesse figli capirebbe”) o al contrario che potessero fornire una  la “ricetta pronta”; oggi, invece, si riconosce (non tutti e non sempre) che l’esperto sa indirizzare e guidare verso lo sviluppo equilibrato della personalità, il recupero e l’integrazione sociale. In questo preciso periodo storico si inizia a comprendere che il pedagogista non è quello che si occupa di bambini ma una figura professionale che si occupa di educazione a 360° e che abbraccia tutta la durata della vita di un individuo. Anche i ragazzi si rivolgono agli esperti, sempre più in maniera autonoma, senza vergognarsi e cercando di sfruttare le possibilità di confronto con adulti di riferimento positivi.

Da un lato penso sia molto positivo, ritengo che nel tempo i professionisti abbiano saputo farsi conoscere e apprezzare professionalmente, dall’altro mi chiedo se questa voglia di confronto sempre più impellente e generalizzata non sia il sintomo di una marcata solitudine, di un disorientamento generale a cui con la prevenzione dovremmo porre rimedio.

La prevenzione dovrebbe essere lo strumento principale del pedagogista e dell’educatore, non bisognerebbe aspettare che una situazione diventi clinica o comunque di emergenza sociale. Credo che iniziative come quelle dell’istituto succitato siano da lodare e promuovere, che non debbano essere limiate ad alcune scuole e che debbano far parte delle risorse disponibili sin dall’inizio delle lezioni a settembre e per tutto il periodo scolastico (per ora non oso sperare in una continuità nel periodo estivo).

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